Il nostro sci club, o meglio la parte “agonistica” della sezione di Piacenza del Club Alpino Italiano, affonda le sue radici nel lontano 1958, quando uno sparuto gruppetto di atleti dediti ad importanti attività in ambiente montano (vedi foto) decise di aprire nuovi orizzonti operativi dedicandosi a quello sport, ancora in embrione come diffusione ma sicuramente intrigante come immagine, con quelle due lunghissime assi di legno e quello strano congegno a molla che legava lo scarpone alle assi, hops pardon, agli sci.
Quei pionieri d’altri tempi gettarono le basi su cui, oggi, poggia il nostro sci club. Quarantasei anni vissuti alla grande con sempre nel cuore la “grande passione” che ha portato tanti di noi ad errare, ancora dormienti su affolate corriere, per le Alpi, sempre alla ricerca di nuove albe e piste mai uguali, per soddisfare una voglia di neve raramente sopita anche nel periodo estivo.
Nel nostro sci club hanno sempre convissuto le due anime dello sci, quella turistica e quella agonistica, ma seppur bellissimi ricordi mi legano a spensierate gite, voglio qui ricordare, con maggior dovizia di particolari, la parte più prettamente agonistica.
C’è stato il periodo …. iniziale … quando lo sci club era per larga parte interpretato dai filosofi della montagna tutti riflessione intimistica e poco, anzi, molto poco inclini all’agonismo.
Il pensiero dominante individuava Zeno Colò come un pazzo suicida prima che come atleta vincente.
C’è stato il periodo … di mezzo …. quando era il periodo della contestazione giovanile prima e della crisi petrolifera poi, i meravigliosi anni 60 ed i rivoluzionari anni 70 che, tra l’altro, videro il dominio, pressochè incontrastato della nostra società nel panorama sciistico piacentino.
C’è stato il periodo … del dopo … quando il nostro sci club, grazie ad alcuni atleti, di cui non è proprio il caso di fare il nome, era noto come lo “sci club più pesante delle Alpi Centrali”. Periodo, questo, che personalmente reputo irripetibile nella forma oltrechè nella sostanza … si era, infatti, cementata spontaneamente un’amicizia incrociata tra tutti noi che portava la “gara” ad essere solo una parte del gioco, importante si, ma solo una parte. Potrei raccontarvi di quella volta di Cervinia, oppure di quell’altra al Bondone e perché no, di quella volta che … ma provate ad immaginare in quel di Bagolino di Gaver nei primi anni ottanta un gruppo di una ventina di noi presentarsi a bordo di un pulmino, un vero lusso per i tempi, ed alcune WV Golf, che era ovviamente la macchina d’ordinanza, in una assurda notte da lupi sotto una nevicata incredibile, dopo un’assurda gara nella nebbia su un’assurda pista mai battuta, sulle nevi del Grostè a Campiglio, dopo un altrettanto assurdo viaggio a 30 km all’ora con le catene montate per sopravvivere ad una delle più colossali nevicate che io ricordi. Si … non mi è possibile dimenticare le oltre cinque ore di macchina ed i Carabinieri che pochi chilometri prima di Gaver ci fermano con lo stupore negli occhi di chi non crede che possano esistere dei pazzi, che senza costrizione alcuna, senza alcuna logica motivazione se non una insana pazzia giovanile tutta dedita alla ricerca dell’avventura, possano incunearsi lungo uno stradello largo poco più di due metri e lungo svariati chilometri, in mezzo a due ali di neve alte oltre tre metri alle undici di sera con un pericolo valanghe che la nivologia moderna classificherebbe nel massimo grado. Ancora oggi ricordo gli occhi di quel povero Carabiniere che, espiantato a forza dai suoi caldi mari del sud e spedito con feroce insensibilità nelle desolate lande del nord, con ossessionante lentezza e con sicula cadenza, continuava a ripetere “ma che ci sto a fare qua? e voi ragazzi andatevene a casa che qui non si passa, c’è il pericolo che quella scende e se scende son … per tutti … ormai è questione di minuti!!!”
L’immediata conseguenza fu che le parti in ferro della macchina ed i più personali “portafortuna” furono immediata preda delle nostri mani.
Ripreso il controllo delle mani il nostro boss, quell’Enrico Zamboni che più avanti negli anni mollerà a me la patata bollente della gestione della squadra, cominciò l’opera di accerchiamento verbale al Carabiniere che presto capitolò e, con la radio, chiese lumi al suo comandante, che stava a monte, su cosa doveva fare con noi, se cioè, poteva lasciarci passare o rispedirci a valle. Per qualche minuto la radio muta non emise alcun suono, poi arrivò una frase che ebbe l’effetto di una frustata “fai passare una macchina per volta così se quella scende ne perdiamo solo una!”. (n.d.r. “quella” era la valanga)
Mai a mia memoria silenzio fu più pesante. Ero il primo della fila, in un secondo decisi … coprii quei due chilometri di follia con un tempo rallistico senza un solo accenno di protesta dei miei compagni; giunsi in paese dove il maresciallo con il sindaco ed altri due volontari ci accolsero con un breve applauso e con l’epiteto di pazzi furiosi. Inutile dire che cominciammo a respirare di nuovo solo qando ci riunimmo tutti.
…. “quella” decise di stare al suo posto!!!
L’indomani, una temperatura glaciale ed un cielo terso ci regalarono una giornata indimenticabile che vide la nostra squadra arrivare seconda assoluta, dietro l’allora fortissima polisportiva di Gaver. Ma non fini lì. Infatti la sera precedente, pur con la difficoltà del piazzale devastato dalla tormenta e da cumuli di neve fresca alti anche un paio di metri, riuscimmo a parcheggiare lasciando all’interno dei quattro mezzi un quadrato libero. Rende l’idea il cerchio dei carri attaccati dagli indiani nel far west. Bene, finita la gara e dopo qualche veloce sgroppata tra i turisti terrorizzati, ci ritirammo nel nostro aqquartieramento e … iniziammo a dedicarci al secondo nostro sport preferito, quello culinario. Così il retro del pulmino viene rapidamente attrezzato da cucina con tanto di bombola e mega fornello da campo, mestoli e forchettoni appesi alla portiera e padella di adeguate dimensioni. Mentre lo chef, Nico Bignami, portava in temperatura un paio di litri di ottimo vino bianco (si proprio vino bianco) io mi dedicavo al taglio, con scientifica precisione, del salame da far poi friggere nel vino.
Il salame merita, a questo punto, una parentesi. Il buon Nico già allora, seguendo le orme paterne, si dedicava alla suprema arte di insaccare della ottima carne di maiale nel budello di competenza e trasformarla in salami, coppe, pancette. Il salame destinato alla nostra infuocata padella (una volta il vino prese veramente fuoco con grande spavento di tutti … eravamo ovviamente tutti preoccupati per il salame!!!) era quello destinato a diventare dopo qualche mese di stagionatura il “salame piacentino”; l’unica differenza consisteva che il nostro aveva pochi giorni di vita e la carne una sola salatura.
Provare per credere!!!
Ovviamente altri ruoli fondamentali erano assegnati al “cantiniere” (ruolo ambitissimo) che aveva il suo bel da fare a stappare bottiglioni di barbera e gutturnio, al “panettiere” che fulminava filoni di pane a ripetizione ed al “pasticcere” che provvedeva a ripartire equamente le torte amorevolmente cucinate dalla nostre mamme.
Provate ad indovinare chi si unì a noi più o meno durante la seconda padellata di salame … sissignori .. proprio il Sindaco ed il Maresciallo dei Carabinieri che fecero grande onore alle nostre libagioni per festeggiare lo scampato pericolo della sera precedente. La cosa buffa, pensando all’etilometro dei giorni nostri, è che i nostri due commensali ci salutarono affettuosamente ricordandoci di andare piano perché avevamo bevuto parecchio.
Ricordi d’altri tempi, ricordi di amici che si divertivano a stare insieme.
C’è il periodo … dell’adesso … quando abbiamo una magnifica realtà composta da oltre 50 ragazzi iscritti allo sci club, un gruppo dirigente affiatato, tre ottimi allenatori che stravedono per i loro ragazzi, un gruppo dirigente all’altezza dell’impegnativo compito e che considera i risultati ottenuti non come un lusinghiero punto d’arrivo (mai nessuno è arrivato a tanto nella nostra provincia!!) ma come un buon punto di partenza per raggiungere nuovi ed ancora più importanti obiettivi. E non dimentichiamo il gruppo dei genitori che sta scoprendo sempre più il piacere di stare insieme vivendo, con partecipazione e gioia, l’attività dei figli.